Quattordici attivisti gay sono rimasti fino a ieri chiusi in due cella di quattro metri per due a San Pietroburgo. La polizia si è rifiutata persino di dar loro dell'acqua. Gli attivisti gay sono riusciti a nascondere un telefonino e con quello hanno inviato le foto dove sono rimasti detenuti, chiedendo al mondo di manifestare con le ambasciate russe; di diffondere le foto; di chiamare i ministri degli esteri perorando la loro causa.
Quello che è successo sabato, succede ogni anno a Mosca come a San Pietroburgo e in tutta la Russia, dove sindaci, politici, gruppi estremisti religiosi, chiedono e ottengono il divieto di celebrare i Gay Pride e, puntualmente, gli attivisti gay che scendono a manifestare vengono malmenati e arrestati.
Sabato pomeriggio 25 persone si erano radunate in piazza e 14 di loro sono finiti ammanettati e portati via dalla polizia insieme a un omofobo che minacciava di farli fuori e che è stato scarcerato quasi subito. I ragazzi sono finiti davanti a un giudice che ha comminato loro delle multe prima di rimetterli in libertà. Dovranno presentarsi nuovamente davanti al giudice ai primi di luglio per il reato di disobbedienza alla polizia.
E pensare che la Russia è membro del Consiglio d'Europa.
"Mi offro di sistemare, a mie spese, le celle nelle quali abbiamo trascorso la notte - dice un attivista -. Sono disumane. Se la Russia non è in grado di trattare gli esseri umani con dignità, sono pronto ad aiutarla. Di fronte a queste violazioni dei diritti umani il Consiglio d'Europa deve reagire in maniera più ferma. Tutti i Pride russi sono stati considerati illegali. Il Parlamento europeo deve prendere posizione. Anche la comunità internazionale deve muoversi. Siamo di fronte ad un insulto alle istituzioni europee".

Nessun commento:
Posta un commento